Miti e leggende degli alberi: i racconti di Marco Monguzzi

Per gentile concessione di Marco Monguzzi pubblichiamo una raccolta di Miti e Leggende delle foreste, dalle quali Marco ha tratto i fantastici racconti che hanno animato le nostre passeggiate organizzate dal Comitato le scorse settimane sul Monte di Brianza.


Ringraziamo di cuore Marco per questo regalo
Raccolta di miti e leggende delle foreste di pianura europee.
A cura di Marco Monguzzi,
illustrazioni di Giusy Taglialatela ed Alberto Nimis


Introduzione

Anche se è difficile crederlo, un tempo le pianure europee erano ricoperte da fitti boschi. Querce, carpini, pioppi, frassini,  ontani formavano un oceano verde, punteggiato qua e là da piccole radure e attraversato di fiumi e torrenti.  Carlo V Re di Spagna  era solito affermare che le foreste del suo regno erano talmente estese da permettere ad uno scoiattolo di attraversarlo, dalla Spagna all’Italia,  semplicemente saltando di ramo in ramo.   Oggi la situazione è ben diversa: il paesaggio è stato profondamente modellato dall’uomo nel corso dei secoli e là dove le chiome degli alberi conducevano una quotidiana lotta  per conquistare la luce,  oggi ci sono campi, strade,  case,  fabbriche, città intere.  La foresta di pianura è sopravvissuta solo in piccoli lembi del territorio, veri scrigni di natura nei quali è possibile scoprire una sorprendente ricchezza di forme di vita.  Questi luoghi, da sempre avvolti da un alone di mistero,  hanno ispirato nel passato innumerevoli miti e leggende aventi come protagonisti gli alberi.  Leggendo queste “storielle” con gli occhi smaliziati di uomini del XXI secolo saremmo portati a provare tenerezza per i nostri antenati,  immaginandoli totalmente disarmati di fronte alla complessità dei fenomeni naturali, ma,  se per un attimo abbandonassimo la dimensione del razionale,  non potremmo  fare a meno di pensare che la nostra visione di ciò che ci circonda è più arida, meno libera, legata com’è al sapere scientifico che poco o nessuno spazio lascia alla dimensione del fantastico. Ecco perchè oggi invidiamo un poco quegli uomini dell’Atene del IV secolo che cercavano di spiegare il moto del sole immaginando l’astro trainato da un carro alato, oppure  la dignità dei contadini tedeschi che salutavano levandosi il cappello la ninfa abitante nei sambuchi. Questa dispensa contiene una raccolta di miti e leggende delle foreste di pianura, brani tratti dalla mitologia greca, dalle tradizioni cristiane, dai miti celtici e dalla tradizione germanica. Obiettivo dell’opera è soprattutto quello di stimolare nel lettore, partendo da una chiave di lettura così particolare,  una riflessione sull’importanza e sulla fragilità di ambienti  rari e preziosi come le foreste, vero patrimonio naturale che la nostra generazione rischia di perdere per sempre.
Scopriremo lungo il percorso leggende fantastiche e varcheremo spesso la dimensione del sogno. Non saremo mai soli in questo viaggio, cammineremo fianco a fianco con divinità volubili, elfi dispettosi, ninfe eteree ma soprattutto con loro, gli alberi, legami con il mondo del fantastico e testimonianze terrene della meravigliosa armonia del creato.
Che il viaggio abbia inizio ...


Flora ovvero fecondità

Flora è una divinità sabina introdotta a Roma da Tito Tazio. Flora presiede alla fioritura e alla vita di tutta la vegetazione ed  è il simbolo stesso della fecondità della terra.  Secondo Ovidio il nome deriverebbe da quello di  una ninfa greca, Cloride. Un giorno Cloride fu vista dal dio del vento, Zefiro, che si invaghì di lei a tal punto da rapirla. In seguito al loro matrimonio Zefiro donò alla sua sposa il governo delle piante e dei fiori, i cui semi ella regalò agli uomini insieme al miele.  Ovidio racconta anche che Giunone, invidiosa perché dalla testa di Giove era nata Minerva, volle concepire un figlio senza il concorso del maschio, e per ottenere ciò si rivolse a Flora, che col suo tocco fecondava ogni cosa. Flora le donò un fiore prodigioso capace di dare fertilità ad ogni cosa fu così che  Giunone concepì Marzo, il primo mese della primavera, il mese della rinascita e della celebrazione della fecondità.


 

Argòs la nave che parla

La capacità oracolare della quercia  sacra torna anche in un altro mito,  quello degli Argonauti.  Giasone ed i suoi compagni intrapresero il viaggio verso il regno di Eete, la reggia “dove il sole si riposa durante la notte”, per riconquistare il mitico vello d’oro.  Per compiere il  viaggio venne costruita, con l’aiuto della dea Atena, la nave più veloce mai esistita,  Argòla rapida” . La nave aveva il dono  della parola perché nella  prua era incastrato del legno delle querce sacre di Dodona.  L’impresa degli argonauti aveva come scopo quello di recuperare il vello d‘oro, custodito ad Eete appeso ai rami di una quercia sacra protetta da un drago fiammeggiante.  Il viaggio porta gli Argonauti in terre diverse e attraverso svariate avventure. Quando finalmente raggiungono la Colchide, il re Eete subordina la consegna del vello alla condizione che Giasone riesca a domare due tori dagli zoccoli di bronzo, che soffiano fuoco dalle narici e compia ulteriori gesta sovrumane. La figlia del re Medea, esperta di arti occulte, innamoratasi di Giasone gli offre il suo aiuto, purché lui la porti con sé in Grecia. Giasone supera le diverse prove, con i sortilegi di Medea riesce a far addormentare il terribile drago e fugge con Medea e con il vello, inseguito dai soldati di Eete, dopo aver ucciso il fratello di lei Apsirto. La navigazione degli Argonauti li porta fino in Adriatico, dove Zeus li punisce dell'omicidio, facendo loro smarrire la rotta.  Fu la nave stessa, urlante,  ad intimare a Giasone, che tornava  in patria dopo l’impresa, di recarsi dalla maga Circe che avrebbe purificato i due peccatori, Giasone e Medea, dall’assassinio di Apsirto.

Erisittone e le ninfe delle querce

I greci credevano che le querce ospitassero due specie di ninfe le driadi e le amadriadi (da dryàs che significa quercia sacra al dio). Le driadi, spesso raffigurate anche come cicale (le cicale erano chiamate dryokòitai cioè “quelle che dormono nelle querce”), erano ninfe che abitavano gli alberi ma che, all’occorrenza, potevano anche abbandonarli, per questo era proibito abbattere una quercia senza che prima i sacerdoti avessero provveduto, con rituali appositi, ad allontanare le driadi. Le amadriadi (da hàma insieme) erano congiunte alla quercia, albero che non lasciavano mai, arrivando a morire con esso. C’è da dire che gli antici greci reputavano la quercia immortale e quindi anche le ninfe amadriadi con esso. Le amadriadi erano le custodi dell’albero sacro ed ogniqualvolta un albero era in pericolo esse lanciavano i loro lamenti minacciosi forieri di sventure per chiunque osasse abbattere un albero senza il volere degli dei. Si narra che Erisittone dopo aver invaso con altri compagni il bosco sacro di  Dozio consacrato a Demetra, cominciò ad abbattere gli alberi sacri per costruirsi una nuova sala per i banchetti. Demetra assunse le sembianze di Nicippe, sacerdotessa del bosco la quale cercò di dissuadere Erisittone dal suo intento ma l’uomo non se ne curò minimamente continuando l’opera di distruzione ed anzi giunse a minacciare la dea con un’ascia. A quel punto Demetra si mostrò all’uomo in tutto il suo splendore e lo condannò ad una punizione esemplare: avrebbe continuato perennemente a soffrire la fame a prescindere da qualunque cibo avesse  mangiato. Il giovane, tornato nella casa dei genitori, cominciò a trangugiare cibo in continuazione senza mai sentirsi sazio, in seguito dopo aver depauperato tutti i suoi beni,  fu costretto a chiedere l’elemosina ed a nutrirsi di continuo, persino di rifiuti.

Il culto della quercia tra i celti

Tra i celti i boschi di quercia erano sacri, in modo particolare i druidi celebravano i loro riti all’interno di querceti sacri. Racconta Plinio: “I Druidi  - così si chiamano i maghi di quei paesi – non considerano niente più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere (Quercus petraea). Già scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali, e non compiono alcun rito religioso se non hanno fronde di questo albero, tanto che il termine di Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna(che segna per loro l’inizio del mese e dell’anno e del secolo, ogni trenta anni) e questo perché in tal giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa “che guarisce tutto”. Dopo aver apprestato secondo il rituale il sacrificio e il banchetto ai piedi dell’albero, fanno avvicinare due tori bianchi a cui per la prima volta sono state legate le corna. Il sacerdote, vestito di bianco, sale sull’albero, taglia il vischio con un falcetto d’oro e lo raccoglie in un panno bianco. Poi immolano le vittime, pregando per il dio perché renda il suo dono (il vischio) propizio a coloro ai quali lo ha destinato. Ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile, e che sia un rimedio contro tutti i veleni.” Anche il termine “druido” ha un legame con la quercia infatti esso deriva dalle due radici dru-vid che contengono il significato di “forza” e di “saggezza”, e sono rispettivamente rappresentate dalla quercia e dal vischio.

La favola della quercia e del diavolo

Una leggenda popolare sarda  ha come protagonista la quercia. Un giorno il diavolo si recò dal Signore dicendogli: "Tu sei il signore e padrone di tutto il creato, mentre io, misero, non possiedo nulla. Concedimi una signoria, pur minima, su una parte della creazione; mi accontento di poco. "Che cosa vorresti avere?" chiese Dio. Dammi, per esempio, il potere su tutto il bosco propose il diavolo. "E sia”  decretò il Signore "ma soltanto quando i boschi saranno completamente senza fogliame, ovvero durante l'inverno: in primavera il potere tornerà me. Quando gli alberi a foglie decidue dei boschi seppero del patto, cominciarono a preoccuparsi; e con il passare del tempo la preoccupazione si mutò in agitazione. "Che cosa possiamo fare?" si domandavano disperati. "A noi le foglie cadono in autunno.  Il problema pareva insolubile quando al faggio venne un'idea: "Andiamo a consultare la quercia, più robusta e saggia e di noi tutti la più anziana. Forse lei troverà un espediente per salvarci"  La quercia, dopo avere riflettuto gravemente, rispose: "Tenterò di trattenere le mie foglie secche sui rami finché sui vostri non spunteranno le foglioline nuove. Così il bosco non sarà mai completamente spoglio e il demonio non potrà avere alcun dominio su di noi".  Da allora le foglie secche della quercia, coriacee e seghettate, rimangono sui rami per cadere completamente soltanto quando almeno un cespuglio si è rivestito di foglie nuove.  

Il pioppo

Il genere “populus” comprende un discreto numero di specie, tutte relativamente frequenti nei boschi di pianura: Pioppo nero (Populus nigra), Pioppo bianco (Populus alba), Pioppo trémolo (Populus tremula),  Pioppo gatterino (Populus canescens).  Il termine Populus deriva da popolo e più precisamente “popolo dei fiumi” e fa riferimento alle fitte formazioni cui questi alberi danno vita specie lungo i corsi d’acqua.

Il pioppo nero simbolo funerario

Il pioppo nero viene detto così a causa del colore grigiastro della corteccia, colore che lo differenzia dal pioppo bianco. Fetonte figlio di Elio il dio del sole e dell’oceanina Merops, era stato abbandonato dal padre in giovane età. Solo dopo molto tempo la madre, che nel frattempo l’aveva allevato amorevolmente, rivelò al figlio la vera identità del padre. Il giovane, spinto non già da collera ma da sincero amore filiale, riuscì a giungere, dopo varie peripezie, alla cospetto del padre che, commosso da questo gesto d’affetto promise al figlio di realizzare qualunque suo desiderio. Fetonte chiese di guidare il carro del sole, il carro che trasporta l’astro lucente nella volta celeste da oriente ad occidente, il padre lo accontentò. Ma il giovane auriga, spaventato dall’altezza, finì col dirigere il carro troppo in basso provocando vasti incendi sulla terra, a questo punto cercando di correggere la rotta si diresse troppo in alto suscitando le proteste degli astri che si lamentarono vivacemente con Zeus; quest’ultimo, deciso a ripristinare l’ordine delle cose, colpì Fetonte con una saetta facendolo precipitare nel fiume Eridàno (fiume che secondo alcuni sarebbe il Po). I resti del poveretto vennero raccolti dalle sorelle, le Eliadi che piansero e si disperarono così a lungo da essere trasformate in pioppi neri e le  loro lacrime si trasformarono in ambra (anticamente si credeva che l’ambra venisse prodotta da liquido secreto dalla corteccia dei pioppi ed essiccato al sole).

Leùke il pioppo bianco sacro ad Eracle

Il pioppo bianco (Populus alba) si distingue da quello nero per il colore del tronco, molto più chiaro e per la forma e la colorazione delle foglie; in particolare queste ultime hanno la pagina inferiore molto chiara,  quasi bianca, e quella superiore decisamente più scura.  I greci antichi chiamavano il pioppo bianco Leùke dal nome di una ninfa.  Secondo il racconto dello storiografo Servio,  la ninfa Leùke inseguita da Ade e non volendo cedere alle brame amorose di quest’ultimo,  giunse durante la sua fuga disperata fino al confine con gli inferi nei pressi del fiume Mnemosyne (“la memoria”). Questo fiume sacro rappresentava il confine tra il Tartaro soggetto ad Ade e l’Eliseo, il regno dei beati governato da Crono. La poverina, non trovando più via di scampo,  chiese agli dei di essere trasformata in un albero, un pioppo bianco, preferendo una morte luminosa alla capitolazione alle brame amorose del dio degli inferi.  L’albero di Leùke ritorna poi nell’epopea di Eracle che, alla fine della dodicesima fatica, di ritorno dagli inferi, intrecciò una corona con le foglie del pioppo bianco che cresceva sulle rive di Mnemosine. A contatto con l’aria la parte superiore delle foglie rimase di un colore scuro, a ricordare le tenebre dell’oltretomba ma la pagina inferiore delle foglie assunse da quel giorno, a contatto del sudore dell’eroe,  un colore molto più chiaro, bianco-argenteo. Da allora il pioppo bianco divenne sacro ad Eracle perché il colore delle sue foglie simboleggia le vittorie dell’eroe nei due mondi. Tra i greci il culto del pioppo bianco, simbolo di morte luminosa, si contrappone a quello della morte funesta rappresentato dal pioppo nero.
La maledizione del pioppo tremolo
Il pioppo tremolo (Populus tremula) è detto così dalla caratteristica delle sue foglie, molto sottili e dotate di un picciolo lamellare molto lungo ed appiattito  tale da farle agitare,  tremare”,  con il minimo soffio di vento.  Il tremolio deriva, secondo un’antica leggenda di tradizione cristiana, dalla vergogna. Il pioppo tremolo fu infatti l’unico albero che non si inchinò,  peccando di superbia, davanti ai  primi evangelizzatori cristiani. Il Signore lo punì condannandolo a tremare per l’eternità. Il motivo della vergogna ritorna anche nella tradizione russa, un antico proverbio dice: “c’è un albero che trema anche quando il vento non soffia”, il tremolio cominciò da quando Giuda Iscariota, dopo aver tradito Gesù,  si impiccò per la vergogna ad uno dei suoi rami.  Le leggende negative nei confronti di quest’albero non gli rendono del tutto giustizia, paradossalmente dalla corteccia e dalle gemme del pioppo tremolo si ricavano preparati molto utili per l’uomo ad esempio nella cura dell’influenza.

L’edera

L’edera (Hedera elix) è la pianta rampicante per eccellenza. L’edera che avvolge gli alberi sino quasi a soffocarli (anche se in realtà non è proprio così) è una pianta che  da sempre ha ispirato miti e leggende legati  alla sua natura. La mitologia Greca lega le sorti dell’edera a quelle del dio Dioniso, più precisamente parla di due Dioniso, uno più antico, simbolizzato dalla vite (Bacco lo chiameranno i romani) ed un altro più recente, figlio di Semele, e  spesso chiamato anche Kìssos , edera in greco. Proprio per questa duplice natura Dioniso viene  anche detto il dio  nato due volte”.

Il Dioniso della vite  e quello dell’edera

Persefone, figlia di Demetra la dea delle messi, fu una delle tante amanti di Zeus. Il dio, ammirata la sua bellezza, si invaghì di lei e  prese ad inseguirla. Demetra, scoprì in Sicilia, nei pressi della sorgente Ciana (ancora oggi vicino a Siracusa si trova il fiume Ciane n.d.a.), una grotta dove pensò di  far rifugiare la figlia. Quindi Persefone alloggiò nella grotta sorvegliata da due dei serpenti che  servivano alla madre per trainare il carro divino con il quale si spostava di luogo in luogo. Zeus, una volta scoperto il nascondiglio,  si tramutò anch’esso in serpente e, con questo stratagemma, riuscì ad avvicinare Persefone e si accoppiò con lei. Dalla loro unione nacque Dioniso. Era, consorte del re degli dei, venne a sapere dell’ennesimo tradimento del marito e volle vendicarsi. Inviò pertanto i Titani ad uccidere il figlio illegittimo del dio. Questi colsero il bambino di sorpresa, mentre giocava e lo uccisero facendolo letteralmente a pezzi. Zeus nel frattempo, venuto a sapere dell’infanticidio si recò sul posto e con le sue saette divine bruciò all’istante i sicari inviati dalla moglie. Ne nacque un incendio terribile, incendio nel quale non solo bruciarono i titani ma anche quello che restava delle membra del fanciullo e dalle ceneri del  corpo divino crebbe da quel giorno la vite, l’ultimo regalo del primo Dioniso  agli uomini.  Dopo che l’incendio si esaurì, molti degli dei accorsero sul luogo del misfatto, tra essi anche Atena che riuscì miracolosamente a raccogliere l’unica parte del corpo del bambino che non era stata carbonizzata: il cuore. Essa lo conservò con cura e lo consegnò a Zeus in persona. A questo punto entra in gioco la leggenda del secondo Dioniso, figlio di una principessa, Semele figlia del re Cadmo. Zeus, non riuscendo a darsi pace per la perdita del figlio ucciso dai Titani, preparò con il cuore di Dioniso consegnatole da Atena una pozione magica.  Fece bere questa bevanda a Semele che da quel momento, fu incinta senza essersi accoppiata con il re degli dei. A questo punto ritorna il motivo della gelosia di Era che, venuta a conoscenza della gravidanza miracolosa, decise di vendicarsi uccidendo sia la madre che il figlio. Per far questo prese le sembianze della nutrice della principessa ed instillò in lei il desiderio di accoppiarsi con Zeus, esattamente come il padre degli dei faceva con Era. Semele era umana e come tale non poteva vedere lo splendore di un dio, a meno che questi non le si mostrasse trasformato, pena l’essere arsa viva dalle folgori scaturite dalla visione. Fu così che Zeus, acconsentendo al desiderio della poverina, finì per colpirla con le saette divine fino ad ucciderla. Il piccolo Dioniso, si salvò andandosi a rifugiare nell’edera, pianta che lo avvolse  proteggendolo dal fuoco e che da quel momento gli fu sacra. L’edera avvolse anche le colonne della reggia di Cadmo, impedendo che essa crollasse a causa del terremoto provocato dal dio. L’edera e la vite quindi sono piante sacre a Dioniso e come scrive Walter Fredrich Otto:”La vite e l’edera sono sorelle, che pur essendosi sviluppate in direzioni opposte, non possono celare la loro parentela. Entrambe portano a termine una meravigliosa metamorfosi. Nella stagione fredda la vite giace come morta e nella sua rigidità somiglia a un inutile tronco, fino a quando, sotto il rinnovato calore del sole, sprigiona un rigoglioso verdeggiare e un incomparabile succo infuocato. Non meno sorprendente è quanto accade all’edera: la sua crescita mostra un dualismo che può benissimo ricordare la doppia natura di Dioniso. Dapprima essa produce i cosiddetti germogli ombrosi, i tralci rampicanti con le ben note foglie lobate. Più tardi però appaiono i germogli luminosi che crescono diritti , le cui foglie hanno una forma affatto diversa , e a questo punto la pianta produce anche fiori e frutti. Si potrebbe definire al pari di Dioniso “la nata due volte“”

Il Frassino

Il Frassino comune (Fraxinus excelsior) è un albero dalla chioma globosa presente sia in pianura che nelle fasce submontane fino ad un’altezza di 1700 m. In Italia è comune,  maggiormente diffuso nelle regioni settentrionali. Un tempo  veniva piantato nei pressi delle case coloniche perché il fogliame serviva come foraggio per il bestiame. Attualmente viene utilizzato soprattutto per la qualità del legname. Il nome deriva dal greco fràsso che significa assiepato, chiuso ed in effetti la chioma di questo albero è molto fitta tanto che negli intrichi formati dai suoi rami molti uccelli costruiscono il nido.
Nei miti nordici il frassino rappresenta l’asse del mondo, l’albero della vita capace di unire il regno terreno con quello ultraterreno, il leggendario Yggdrasill degli antichi germani.Yggdrasill è il più grande ed il più importante tra gli alberi. I suoi rami si stendono nel cielo al di là di tutti i mondi terreni e le sue tre grandi radici sono ancorate ciascuna in un regno ultraterreno: la prima procede dal regno degli Asi, il regno degli déi; la seconda da quello dei giganti di ghiaccio, le creature che precedettero l’umanità; la terza arriva da Niflhel, il regno dei morti. In corrispondenza di ciascuna radice è presente una fonte sacra: nel regno dei morti è presente  la fonte Hvergermil, la fonte di tutte le fonti, da essa scaturisce tutta l’acqua dei fiumi e dei laghi che bagnano il  mondo terreno; in corrispondenza del regno dei giganti di ghiaccio la fonte Mìmir, la fonte della saggezza e della meditazione, chiunque si bagni le labbra con l’acqua di questa fonte riceve il dono della saggezza e della scienza; infine in corrispondenza della prima radice è presente un’altra fonte, la più sacra di tutte, da essa  viene attinta l’acqua per irrorare l’albero cosmico. Nei pressi della fonte vivono le tre Norne, divinità eterne capaci di deteminare il destino non solo degli uomini ma anche degli dèi. Ad esse è affidato il compito di prelevare l’acqua dalla fonte sacra per irrorare le radici del frassino; si tratta di figure che ricordano molto da vicino le Moire della mitologia greca e come queste sono spesso raffigurate come filatrici intente ad  intessere il filo della vita. Per quanto sacro, l’albero cosmico è continuamente soggetto a minacce. Tra i suoi rami si svolge la perenne  lotta tra il bene ed il male, lotta sospesa in un equilibrio immutabile. Un gigantesco serpente Nioggrh che impersonifica il male,  rode quotidianamente la terza radice, ma a sua volta è aggredito da una enorme aquila che vive tra i rami più alti del frassino. Uno scoiattolo instancabile Ratatosk  sale e scende lungo il tronco dell’albero per comunicare all’aquila ed al serpente le reciproche sfide quotidiane.  L’aquila ha anche la funzione di sentinella, avvertendo gli Asi in caso di attacco da parte dei loro nemici di sempre : i giganti. Yggdrasill è legato alle vicende degli dèi, Odino il re degli Asi riceverà il dono della saggezza e la conoscenza della vita dell’universo attraverso il linguaggio sacro rappresentato dalle rune. Per far  questo dovrà superare tre prove iniziatiche,  la più dura delle quali consisterà nel rimanere appeso ai rami del frassino per nove notti e nove giorni senza ingerire né cibo né acqua. Il legame con Odino emerge anche dal nome dell’albero cosmico: Yggdrasill significa “il cavallo[cioè metaforicamente la forca]  di Yggr” ed Yggr è uno dei nomi del re degli dei. Come si è detto la sorte dell’albero magico è legata ad un destino superiore anche a quello degli dei. Yggdrasill sopravvivrà a Ragnarok, il “crepuscolo degli dei”, l’apocalisse magistralmente celebrata nell’opera Wagneriana, e tornerà a fiorire quando resusciterà Baldr il dio buono. Anche l’umanità rifiorirà a nuova vita, chiusi nel legno del frassino, che le fiamme dell’incendio universale non ha intaccato, sono miracolosamente sopravvissuti un uomo  ed una donna  Lif e Lifthrasir che hanno avuto come unico cibo la rugiada mattutina. Saranno loro i progenitori della nuova stirpe umana.


Secondo la mitologia greca il frassino era consacrato a Poseidone dio del mare, delle acque  e dei terremoti. E proprio dalla stessa radice della parola terremoto fragor potrebbe trarre origine il nome latino della pianta. L’albero era abitato dalle ninfe melìadi, divinità custodi dell’albero sacro e del tutto simili alle Norne della tradizione germanica. Melìa ha la stessa radice di méli che significa miele e l’accostamento non è casuale, una pianta molto strettamente imparentata con il frassino comune è l’ orniello o  frassino minore (Fraxinus ornus), albero dalla cui corteccia si estrae la manna. La fioritura dell’ orniello, in maggio, emana nell’aria odore di miele e i greci chiamavano la manna “miele di rugiada”. L’origine del  mito delle ninfe melìadi fa riferimento al periodo preolimpico. Esiodo narra che il dio Urano dopo aver cacciato i figli ribelli, i Ciclopi,  nell’abisso del Tartaro generò dalla Madre Terra (Gea) una nuova stirpe, quella dei Titani. Per vendicare la triste sorte dei figli Gea convinse il più giovane dei titani, Crono(che sarà il padre di Zeus), ad evirare Urano con un  falcetto. Crono seguì gli ordini della madre ma, alcune gocce di sangue cadute dalla ferita inferta al padre ricaddero sulla terra fecondando nuovamente Gea che partorì le Erinni, i Giganti e le Ninfe melìadi, ninfe del frassino e custodi del destino. Dalle ninfe melìadi sarebbero stati concepiti in primi uomini, raffigurati spesso come frutti caduti ai piedi del frassino.

Il nocciolo

Il nome del nocciolo (Corylus avellana) deriva dal greco còrys che significa elmo  ed in effetti le nocciole ricordano piccoli elmi, avellana invece deriva dal nome di Abella antica città romana nei pressi di Avella in provincia di Avellino, una zona dove la pianta era ed è molto diffusa. Molti sono i miti nati intorno a questa pianta ed in particolare intorno al suo frutto, chiuso e misterioso, contenente un cuore dolce  protetto dal mondo esterno da una corazza tenace, una sorta  di tesoro nascosto e da proteggere che poteva simboleggiare, ad esempio,  l’umana saggezza.

Le nocciole della saggezza universale

Nel calendario celtico il nocciolo, Coll, dava il nome al mese lunare corrispondente al periodo di raccolta delle nocciole e cioè dai primi di agosto ai primi di settembre. I dolci frutti del nocciolo erano considerati il simbolo della saggezza, protetti da un guscio tenace, che resiste imperturbabile alle debolezze umane. Anticamente nei pressi di Tipperary in Irlanda si trovava una fonte magica: il Pozzo di Connla. Sul bordo della fonte crescevano nove noccioli magici, i noccioli dell’Arte poetica o noccioli della saggezza. Chiunque avesse mangiato le nocciole magiche avrebbe appreso, in un sol colpo, tutte le arti e le scienze conosciute dall’uomo e quelle ancora da conoscere. Dalla fonte traeva origine il fiume Boyne.  Nella fonte e nel fiume trovavano rifugio dei salmoni, anch’essi magici,  che si cibavano delle nocciole prodigiose e  per ogni frutto ingoiato spuntava una macchia sulla loro livrea argentea. Un mito irlandese narra che Fionn, la nipote di un druido, ricevette da questi l’ordine di cucinargli un salmone pescato nel fiume ma senza assolutamente assaggiarlo, si trattava di uno dei salmoni magici. La giovane obbedì e cominciò a cucinare il pesce, quando, casualmente, si scottò le dita con la pentola fumante e d’istinto le portò alla bocca. Da quel momento Fionn  apprese le arti e le scienze e divenne, al pari dei capi druidi, testimone della saggezza e dell’ispirazione. 

Cenerentola ed il nocciolo magico

Il tema del nocciolo magico torna anche in una fiaba molto popolare,  quella di Cenerentola. Quando il padre di Cenerentola che si stava recando alla fiera del paese chiese alla figlia cosa desiderasse in regalo al suo ritorno, la giovane, a differenza delle sorellastre che si affrettarono  nel richiedere vesti preziose e gioielli, domandò in dono semplicemente il primo rametto che avesse urtato il capello dell’uomo durante il ritorno. Ella ricevette quindi un rametto di nocciolo che depose amorevolmente sulla tomba della madre  facendolo crescere forte rigoglioso innaffiato com’era da tutte le lacrime della poverina. L’albero che ne derivò era un albero magico, tutti i giorni vi si posava un uccellino bianco in grado di esaudire tutti i desideri della ragazza. Fu questo uccellino a donare a Cenerentola un vestito tutto d’oro e d’argento e le celeberrime  scarpine che la giovane avrebbe indossato la sera del gran ballo, sera nella quale il principe si sarebbe innamorato di lei.

Il nocciolo l’albero che allontana le serpi

Già fra i greci ed i romani era diffusa la convinzione che il nocciolo avesse la proprietà di scacciare le serpi. Scriveva Castore Durante: “ E’ stato sperimentato che toccandosi le serpi con una vergela di nocciolo, restano stupide, e finalmente si muoiono. Sospese l’avellane, scacciano da quel luogo gli scorpioni.“ La stessa convinzione ritorna nelle tradizioni popolari abruzzesi dove i pastori, come ricordato anche dal D’Annunzio in Alcyone, utilizzavano sempre bastoni di nocciolo proprio per tener lontane le vipere. C’è una leggenda che associa il nocciolo alla Madonna. Un giorno Gesù Bambino dormiva tranquillamente nella sua culla. La Vergine volle allora recarsi nel bosco per prendere delle fragole per il figlio. Giunta su un prato ricco di frutti venne colta all’improvviso da una vipera che prese ad inseguirla, quasi inferocita. La Madonna fuggì e riuscì a trovare rifugio tra le fronde di un nocciolo. Una volta scampato il pericolo disse: “Come oggi la pianta di nocciolo fu un rifugio per me così lo sarà per altri in futuro” . Da quel giorno la pianta del nocciolo ebbe il dono di allontanare le serpi.


 

Il salice

Quella dei salici è una famiglia molto vasta. Tipicamente si tratta di specie amanti dell’aqua e che quindi prosperano in ambienti umidi o ripariali. Tra le specie più comuni  ricordiamo il salicone (Salix caprea), il salice bianco (Salix alba) il salice da ceste (Salix viminalis).


La culla di Zeus tra i rami del salice

Il salice ha un ruolo importante nelle vicenda della nascita del re degli dei. Zeus era figlio di Crono  (il tempo) e Rea. Un giorno a Crono  venne predetto che avrebbe perso per sempre il regno sulle cose, regno che gli sarebbe stato sottratto da un membro della sua progenìe. Crono, per non rinunciare al governo del mondo,  cominciò a divorare i figli man mano che Rea li metteva al mondo e così sarebbe stato anche per il piccolo Zeus se la madre, impietosita, non avesse ingannato il marito porgendogli una pietra avvolta in fasce al posto del corpo del piccolo. Zeus visse i primi anni di vita in una grotta del monte Ida, dove la capra Amaltea gli offriva il latte, le api spontaneamente portavano alle sue labbra il miele e i sacerdoti di Rea (i Cureti) facevano terribilmente risuonare armi e scudi, battendoli fra loro con gran forza ogni volta che il piccolo piangeva, perché Crono non lo udisse e non si accorgesse dell’inganno di cui era stato vittima. Le ninfe dei boschi alle quali Rea aveva affidato il piccolo lo vegliavano mentre dormiva in una culla d’oro appesa a mezz’aria ai rami di un salicone, in questo modo Crono, per quanto cercasse,  non poteva  trovare il figlio né in cielo, né in Terra, né in mare. Oltre al latte della capra Amaltea, per farlo crescere forte e vigoroso a Zeus venivano offerti come cibo l’ambrosia  portata dalle colombe e il nettare portato ogni giorno da un’aquila. Quest’ultima era la bevanda sacra che concede l’immortalità e l’eterna giovinezza. La ninfa Adrasteia donò al piccolo una palla d’oro perché potesse giocare come ogni altro fanciullo. Fin dall’adolescenza Zeus si dedicò a vari giochi di forza e al lancio dei fulmini che venivano fabbricati per lui dai ciclopi. Un giorno, mentre si stava esercitando in una serie di giochi particolarmente violenti, spezzò senza volere un corno dall’amata capra Amaltea, che venne curata dalla ninfa Melissa. Per farsi perdonare, il giovane raccolse il corno spezzato, lo riempì di fiori e frutti e lo donò alla ninfa, promettendo che ne sarebbe sempre scaturito tutto ciò che il suo possessore avesse desiderato: è questa la Cornucopia (o corno dell’abbondanza,) che simboleggia la fertilità del suolo. Per sempre grato alla capra Amaltea, che l’aveva nutrito, Zeus, quando divenne Signore degli Dei ne immortalò l’immagine creando la costellazione del capricorno. Ancora oggi il salicone, in onore della capra Amaltea,  si chiama Salix caprea.

Il rovo

Il rovo (Rubus sp.) è una presenza costante del sottobosco dove spesso costituisce barriere insormontabili.
Le spine del rovo hanno assunto nelle leggende un duplice significato, demoniaco da un lato ma anche simbolo di resurrezione nel dolore, si pensi ad esempio alla corona di spine del Cristo sulla croce.

Il rovo ardente nel libro dell’Esodo

Si narra nel libro dell’Esodo che Mosè il pastore,  si trovava sul monte Oreb a pascolare le greggi,  quando venne raggiunto dall’angelo del signore che gli apparve in un roveto in fiamme : “ Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava”.In questo modo comincia la rivelazione del Signore a Mosè. Il roveto ardente che le fiamme non distruggevano mai ispirò nel cristianesimo il simbolo dell’immacolata concezione e, spesso, la Madonna col Bambino viene raffigurata nel rovo ardente (ad esempio nelle icone del Santuario di Santa Caterina sul monte Sinai).


La parabola del rovo

Nella bibbia, e precisamente nel Libro dei Giudici, è contenuta una parabola che ha come protagonista il rovo. La parabola ha come oggetto la selezione della politica che spesso premia non già l’uomo dotato di virtù ma bensì colui che si impone, a dispetto degli altri e solo grazie alla sua arroganza. Nella parabola il rovo offre agli alberi la sua ombra quando è noto che l’ombra di questa pianta è quasi inesistente.
Si misero in cammino gli alberi
Per crearsi un re.
Dissero all’olivo:
Regna su di noi.
Rispose loro l’ulivo: Rinuncerò al mio olio ,
grazie al quale
si  onorano gli dei e gli uomini
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi al fico:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro il fico: Rinuncerò alla mia dolcezza
E al mio frutto squisito,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi alla vite:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro la vite: Rinuncerò al mio mosto
Che allieta dei e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi al rovo:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose il rovo agli alberi:
Se in verità ungete me
Come vostro re,
venite, rifugiatevi alla mia ombra:
altrimenti esca un fuoco dal rovo
e divori i cedri del Libano.

Rosaspina: la bella addormentata

La favola di Rosaspina narra di un re ed una regina che tentarono per molti anni ma  senza successo di avere un figlio. Quando stavano per perdere le speranze nacque loro una figlia bellissima che chiamarono Rosaspina. Vollero subito indire una grande festa  invitando gli amici, i parenti e le dodici fate del regno perché fossero propizie alla nuova nata. Si accorsero però di possedere solo undici piatti d’oro per il banchetto e quindi decisero di non invitare l’ultima delle fate. In men che non si dica la fata esclusa, furibonda,  si presentò al banchetto e pronunciò un incantesimo contro la piccola Rosaspina predicendo che la giovane sarebbe stata punta da un fuso e da quel giorno lei e tutto il castello  sarebbero caduti in un sonno interminabile, lungo cento anni. Il re fece eliminare tutti i fusi dal regno, e ne vietò la fabbricazione. Ma, in un angolo nascosto del castello,  una vecchina, ignara, continuava a filare. Il giorno del suo quindicesimo compleanno Rosaspina, all’insaputa dei genitori, capitò nella stanza della vecchina ed incuriosita da quell’arnese mai visto se lo fece porgere tra le mani. Da quell’istante tutto il regno si addormentò ed il castello venne avvolto da una barriera impenetrabile di rovi. Molti furono i principi che, saputa la storia della bella addormentata, vollero cimentarsi nell’impresa di oltrepassare il muro di rovo ma nessuno ebbe successo, il rovo con le sue spine aguzze tenne lontano chiunque tentava di avvicinarsi.  Dopo che esattamente cento anni furono trascorsi, un ardimentoso principe riuscì a superare la barriera vegetale, al suo passaggio il rovo si trasformava come per incanto un  tappeto di fiori colorati. Fu così che il giovane raggiunse la bella addormentata e con un bacio la risvegliò dal lungo sonno.


Le more, frutti di San Michele

Le more sono da sempre un frutto molto apprezzato. Devono essere raccolte quando hanno raggiunto la giusta maturazione e cioè nel periodo che va dalla seconda metà di Agosto a fine Settembre. Secondo una tradizione popolare le more sono i frutti cari a San Michele che come noto cade il 29 Settembre, le more quindi vanno raccolte prima di questa data perché dopo il demonio, per fare un dispetto, ci sputa sopra e le rende mollicce, come può testimoniare chiunque abbia assaggiato questi frutti raccolti in autunno.


Il Sambuco pianta magica

Il Sambuco (Sambucus nigra) è un arbusto molto comune nei boschi di pianura e di media montagna. Il termine latino sabucus, da cui l'italiano sambuco, designa, oltre alla pianta, uno strumento di legno a corde, sambukè, specie di arpa orizzontale di forma triangolare in uso presso Greci e Romani, presunta erede di uno strumento persiano chiamato sabka di forma simile. Il nome popolare è anche “pianta dell’inchiostro” in quanto le bacche violacee hanno notevoli qualità tintorie. I rami di sambuco sono relativamente dritti ed il legno nel midollo è morbido e  facilmente estraibile, in passato se ne fabbricavano cerbottane, flauti e zùfoli.

Il sambuco presso gli antichi Germani

L’albero di sambuco veniva detto Holunder ovvero “l’albero di Holda”. Holda era il nome di una fata del floklore germanico medievale, raffigurata come una donna giovane e dai lunghi capelli biondi, era considerata una figura benigna ed abitava nei sambuchi che si trovavano nei pressi  dei corsi d’acqua. I contadini tedeschi rispettavano profondamente il sambuco, tanto da salutarlo nel passaggio togliendosi il cappello. L’arbusto non veniva quasi mai tagliato  se non per sfruttare le sue qualità curative, qualità assolutamente confermate dalla farmacologia moderna.  Si narra che non solo Holda abitasse il sambuco ma anche i coboldi e gli elfi.  Dal ramo di un sambuco era possibile ricavare il flauto magico, il cui suono proteggeva dai sortilegi. Per farlo era necessario tagliare un ramo di sambuco in un luogo circondato dal silenzio e soprattutto ove non fosse possibile udire il canto del gallo che avrebbe reso il suono dello strumento roco.


La canna palustre

Le canne palustri (Arundo donax)  sono una presenza  costante nelle tante zone umide che si aprono nella foresta di pianura e lungo i fiumi che in essa scorrono. I canneti costituiscono ambienti molto importanti per la fauna selvatica, specie per gli uccelli.

Il dio Pan e il suo flauto 

Il dio Pan era figlio di Ermes e della ninfa Penelope. Subito dopo la nascita venne abbandonato dalla madre che  si rifiutò di riconoscere quel figlio dalle sembianze animalesche. In effetti Pan sembrava più simile ad un animale che ad un uomo: il corpo era ricoperto da pelo ruvido, la bocca era fornita di zanne, sulla fronte erano disposte due corna caprine ed al posto dei piedi il dio aveva degli zoccoli. Ermes però non abbandonò la creatura e la portò con sé nell'Olimpo dove venne accolto con benevolenza, in particolar modo da Dioniso che ne fece uno dei  suoi  compagni prediletti. Malgrado l’aspetto spaventoso Pan era di carattere gioviale e rallegrava con la sua presenza tutti gli dei dell’Olimpo.  Un giorno, durante una delle tante scorribande compiute insieme a Dioniso, Pan vide Siringa, figlia della divinità fluviale Ladone e se ne innamorò perdutamente. Il suo amore però non era ricambiato anzi, Siringa,  vedendo il suo aspetto bestiale fuggì terrorizzata. Non riuscendo a liberarsi dell’inseguitore, e giunta nei pressi di un fiume troppo profondo per essere guadato, la ninfa chiese al padre di essere trasformata e resa per sempre  invisibile agli occhi del mostruoso pretendente. Ladone la trasformò quindi in una canna palustre. Pan tentò invano di distinguerla fra i diversi giunchi che crescevano sul fiume ma alla fine dovette rassegnarsi, ogni stelo era esattamente uguale agli altri. Prese quindi una canna, la tagliò in pezzetti di lunghezza diversa che legò assieme con dello spago. Fabbricò così lo strumento musicale che da quel giorno si chiamò  siringa  o “flauto di pan” e che lo avrebbe per sempre accompagnato nella sua vita nei boschi. Con il flauto Pan si divertiva a spaventare i viandanti, suoi sono i rumori sinistri ed inspiegabili che si odono di notte nella foresta e dalla paura che da essi scaturisce derivò il termine, utilizzato anche oggi , di “terror panico”.

 

La canna che parla

Narra un mito greco che il re Mida un giorno ebbe l’insolenza di criticare il giudizio finale di una gara musicale che aveva visto Apollo gareggiare ed infine vincere sul dio Pan. Venutolo a sapere,  il dio di Delo volle punire il re per la sua sfrontatezza e lo condannò a non avere più orecchie umane. Quindi gli fece crescere le orecchie  a dismisura e le ricoprì di un pelame folto, tanto da farle sembrare orecchie d’asino. Il re da quel giorno non osò mai più presentarsi in pubblico senza coprirsi il capo con un grosso berretto  che gli serviva per celare alla vista quelle orecchie bestiali. Ma il poverino non poteva ovviamente serbare il segreto al  servo che gli faceva da barbiere. Il re ordinò quindi al servo di non rivelare a nessuno di quelle orecchie mostruose, pena la morte. Il servo, persona debole,  non riusciva per quanto provasse,  a sopportare il peso di quel segreto e pensò di urlarlo in una buca di terra, in modo di sfogarsi  ma senza che nessuno lo sapesse. La leggenda vuole che da quella buca nacque in seguito una canna palustre che, agitata continuamente dal vento, mormorava il segreto delle orecchie del re, rivelandolo così ai passanti.


Il pino

Le conifere non sono propriamente piante tipiche delle foreste di pianura ma, a causa dell’intervento dell’uomo sono attualmente molto diffuse anche nei boschi planiziali.

Il pino di di Attis

Secondo un mito greco antico, Zeus invaghitosi di Cibele tentò ripetutamente di unirsi a lei ma sempre invano.  Durante uno di questi tentativi andati a vuoto  il dio fece cadere su una roccia il suo seme, fecondandola. Dalla roccia nacque una creatura mostruosa ed irrequieta: Agdìstis. Ben presto il figlio del dio divenne un problema per tutti gli abitanti dell’Olimpo, la sua irrequietezza ed il suo animo sfrontato e ribelle lo rendevano un pericolo per gli uomini e per gli dei stessi i quali dovettero escogitare uno stratagemma per placarlo. Se ne occupò Dioniso che, con un incantesimo, trasformò in vino l’acqua della sorgente ove Agdìstis era solito fare il bagno; Agdìstis cadde così tramortito,  vinto da un sonno implacabile. A quel punto Dioniso  legò saldamente il membro maschile del mostro ad un albero. La creatura si destò all’improvviso e tale fu la forza che impegnò nel divincolarsi che finì per evirarsi. Dal sangue di Agdìstis caduto a terra fiorì un melograno magico. Nana, figlia  del dio fluviale Sangarios, era solita recarsi nei pressi della fonte che era stata la prediletta da Agdìstis. Giunta un giorno nei pressi delle rive vide un melograno maturo che colse ponendolo sul grembo, il melograno magico ebbe l’effetto di mettere incinta la donna. Una volta tornata a palazzo, Salgarios non credette alla storia del melograno e non volendo dare i natali ad un figlio illegittimo, condannò la figlia ad essere imprigionata ed a morire di fame. La donna venne però aiutata segretamente da Agdìstis che la nutrì con frutta e cibi divini sinchè un giorno ella partorì il loro figlio, Attis. Salgarios ripudiò anche quel figlio illegittimo che sarebbe morto di fame se Agdìstis non avesse provveduto ad allattarlo con latte di capra(il nome stesso Attis deriva da attagus che in frigia significava capra). Così Attis divenne un giovinetto molto bello, tanto che non gli fu difficile trovare una sposa Atta la figlia del re Mida di Pessinonte. Ma Agdìstis che sempre accompagnava il giovane in lunghe battute di caccia non era egli stesso insensibile alla bellezza del giovane,  tanto da esserne segretamente innamorato. Fu durante le nozze con Atta che quell’amore incestuoso esplose in un attacco improvviso di gelosia: Agdìstis scatenò, grazie al suono prodotto da un flauto magico, la follia in tutti gli invitati al banchetto nuziale che presero a fuggire in tutte le direzioni, completamente impazziti. La follia colpì anche Attis che, impugnato un coltello cerimoniale, si suicidò. Dal  sangue che sgorgava dal suo corpo nacquero le prime viole mammòle. Agdìstis assistette alla morte del figlio, morte che lui stesso aveva provocato. Pentito per il suo gesto implorò Zeus di far rivivere Attis, ma il re degli dei,  gli concedette solamente che il corpo del figlio non si decomponesse mai e che i capelli  di Attis continuassero a crescere. Attis venne quindi trasformato in un pino, un albero sempreverde che non rinsecchisce in autunno ed i cui aghi continuano a crescere.

 

San Martino e il pino

Il pino era considerato dai Galli un albero sacro agli dei, tanto che era vietato a chiunque abbatterlo. I primi evangelizzatori si trovarono a combattere i simboli pagani tra i quali alcune specie di alberi ed il pino in particolare. Secondo Sulpicio Severo, nel 300 a.c. San Martino si trovava in Gallia per evangelizzare quelle popolazioni. Un giorno passando nei pressi di Autun :” avendo abbattuto un tempio molto antico e aprestandosi a d abbattere un pino che sorgeva presso il santuario, incontrò l’opposizione del sacerdote del luogo e della folla dei pagani …” Uno di essi gli disse:”Se hai un po’ di fiducia nel Dio che dici di onorare, abbatteremo noi stessi quest’albero che cadrà su di te; se il tuo Signore è con te , come dici, sfuggirai”  Martino si lasciò legare nel punto in cui doveva cadere l’albero . Nel momento in cui l’albero crollava, Martino si fece il segno della croce e l’albero miracolosamente lo evitò andandosi a schiantare poco lontano, proprio vicino ai piedi dei contadini che avevano osato sfidare il Santo. A questo punto i contadini “vinti da questo miracolo immediatamente si convertirono”.

Pitis il pino nero

C’è una leggenda greca che riguarda il pino nero (Pinus nigra). Secondo questo mito la giovane e bella ninfa Pitis avrebbe avuto due pretendenti: il dio Pan ed il vento del Nord Borea. Costretta a scegliere, Pitis diede la sua preferenza a Pan e si accoppiò con lui. Borea per vendicarsi la sospinse, soffiando con tutta la sua forza,  fin sull’orlo di un precipizio dal quale la poveretta cadde morendo all’istante. La Terra impietosita, tramutò il corpo della giovinetta in un albero, il pino nero. Da quel giorno Pan si adornò la fronte con frasche di pino nero e si narra che quando in Autunno il vento del Nord (ovvero la tramontana), comincia a soffiare per i boschi scuotendo i rami dei pini, la ninfa Pitis piange e le sue lacrime si trasformano nella resina che gocciola dalle pigne.


La ginestra

La ginestra, in particolare la ginestra dei carbonai (Sarothamnus scoparius) è pianta relativamente comune nelle pianure europee. In particolare si adatta ai suoli poveri anche se può far parte, almeno marginalmente, del sottobosco.

La ginestra simbolo di umiltà

Nel mediovevo la ginestra divenne simbolo di umiltà. Probabilmente ad ispirare questo accostamento fu l’osservazione della bella fioritura, tale in alcune zone, da colorare di un giallo intenso intere distese di terreno, fioritura che rende nobili terreni anche molto poveri, spesso sassosi. La ginestra venne assunta da San Luigi, re di Francia, come simbolo di un ordine cavalleresco “l’ordre du Genest”. I suoi cavalieri portavano un mantello bianco ornato da un cappuccio viola ed un collare, quest’ultimo era chiuso  da una catenella ornata di fiori di ginestra. Al  collo i cavalieri dell’ordine portavano anche una croce d’oro con la scritta Exaltat humiles, esalta gli umili. Nel momento di massimo splendore l’ordine contò cento cavalieri direttamente al servizio del re.


Il tiglio

Il tiglio(Tilia cordata), dalla caratteristica foglia a cuore, è un albero molto comune, anche in città, dove per la sua bellezza viene spesso utilizzato nei viali alberati o nei parchi cittadini. Deve il nome al greco ptìlon che significa “ala  per la forma alata della brattea laterale dei peduncoli dell’infiorescenza.

Il tiglio  che diede riparo a  Gesù  e San Pietro

Secondo un racconto popolare,  un giorno Gesù, accompagnato da San Pietro, passò attraverso una valle dove crescevano alberi di ogni tipo. Improvvisamente incominciò a piovere e, non essendoci case o stalle nelle vicinanze, Gesù cercò un albero sotto al quale trovare riparo.   Si rivolse al salice piangente "Riparami" buon albero! "Lo farei volentieri" - rispose il salice con voce lamentosa ma guardami, sono tutto bagnato, l'acqua mi scende tra i rami e giù per il tronco, come  posso riparare qualcun'altro zoppo come sono?". Gesù allora si avvicinò alla betulla. "Riparami, per favore!". "Certo" - rispose ridendo la betulla - "volentieri, fatti più vicino!" e intanto scuoteva allegramente i rami e le foglie spruzzando acqua da tutte le parti.  Il Signore lasciò la betulla e si avvicinò ad una quercia: "Mi darai riparo tu" grande quercia?" - chiese. "Presto!" - gridò la quercia- "Vieni sotto di me e guai alla pioggia se oserà bagnarti!". Ma intanto agitava i rami con tanta forza che l'acqua scendeva in abbondanza. Finalmente Gesù giunse presso un tiglio. "Tu puoi ripararmi dalla pioggia?" domandò. Senza rispondere il tiglio allargò i rami frondosi e li tenne fermi finché terminò il temporale. In questo modo non una goccia d'acqua bagnò il Signore e San Pietro che stavano appoggiati al tronco. Quando smise di piovere, spuntò l'arcobaleno e Gesù riprese il suo cammino. Ma prima si rivolse al tiglio dicendo: "Grazie di cuore".  Da quel giorno le foglie del tiglio hanno la forma di un cuore.


La ninfa Filira tramutata in tiglio

Secondo un mito  greco, la ninfa Filira, figlia di Oceano, viveva sull’isola che porta ancor oggi il suo nome.  Un giorno Crono, il padre di Zeus, si invaghì della bella Filira e desiderò unirsi a lei. Colto sul fatto dalla  moglie Rea, Crono si trasformò in uno stallone bianco e fuggì al galoppo lasciando la povera ninfa incinta.  Quando ebbe partorito Filira si accorse di aver  generato una creatura mostruosa, mezzo uomo e mezzo cavallo, creatura cui dette il nome di Chirone.  La poverina si vergognò a tal punto del frutto di quel rapporto amoroso che chiese ed ottenne dal padre Oceano di essere trasformata in un albero, puro e profumato, il tiglio. Chirone, divenne ben presto un celebre guaritore grazie anche alla sapienza ereditata dalla madre, il tiglio, pianta dalle mille virtù farmacologiche apprezzate ancora oggi.

La berretta da prete

La berretta da prete (Euonymus europaeus) è un arbusto  molto diffuso alle nostre latitudini, cresce  bene su terreni basici e spesso la si trova ai margini dei boschi. Il nome deriva dalla forma singolare del suo frutto, di colore rosso,  che si presenta diviso in quattro lobi e ricorda molto da vicino la forma dei copricapi utilizzati dai curati di campagna. Un altro nome con il quale viene indicata questa pianta è fusaggine  perché il suo legno tenace   veniva utilizzato per la costruzione dei fusi per la filatura della lana.

Le Moire tessitrici delle sorti dell’uomo

Nella mitologia greca esistevano divinità per le quali anche Zeus in persona nutriva timore. Tra queste sicuramente vi erano le Moire, le tre dee del fato : Cloto, Lachesi ed Atropo. Queste divinità, figlie della notte, erano le uniche responsabili del destino degli uomini e di quello degli dei.  La vita  veniva rappresentata da un filo: La prima delle Moire, Cloto (La filatrice), tesseva il filo utilizzando un fuso ricavato dal legno di fusaggine, Lachesi “La distributrice” misurava la lunghezza del filo e quindi della vita  ed era poi Atropo “colei che non può essere persuasa” a tagliare il filo ed a porre così termine alla vita stessa. Il giudizio delle Moire era inappellabile e neppure Zeus, il padre degli dei,  poteva opporvisi in alcun modo.


L’ontano

L’ontano nero (Alnus glutinosa) è un albero di bell’aspetto che predilige le zone ricche d’acqua come stagni, paludi, rive dei fiumi, specie dove la corrente non è troppo accentuata. Il nome deriva dal celtivo alnus che significa “nei pressi delle rive”. Il legno di questo albero non è pregiato ma possiede una caratteristica del tutto particolare,  se immerso in acqua esso diviene resistente e non marcisce se non  dopo molto, molto tempo; è per questo che anticamente vi si fabbricarono i sostegni per le palafitte ed anche a Venezia molti dei moli e degli attracchi sono realizzati in legno di ontano, lo stesso ponte di Rialto è costruito su piloni di ontano.

Foroneo e l’ontano

In Grecia il culto dell’ontano veniva impersonificato dalla figura dell’eroe Foroneo figlio di Inaco, una divinità flluviale e di Melìa la ninfa del frassino. Ed in effetti si tratta di un albero fluviale e che segue, nel calendario arboreo dei mesi, il frassino.Secondo Pausania, Foroneo fu il primo che scoprì l’uso del fuoco dopo che Prometeo l’ebbe sottratto agli dei e fu anche il primo a riunire gli uomini della terra che prima vivevano separati, fondò anche la prima città Foronico che in seguito si sarebbe chiamata Argo.


L’ontano nei miti celtici

Secondo i celti l’ontano era impersonificato dalla figura dell’eroe Bran. Nel romanzo La battaglia di Branwen si narra che un giorno i sacerdoti del re d’Irlanda videro arrivare dal mare un’isola misteriosa, enorme e ricoperta di alti boschi, con un monte acuto e due laghi ai suoi piedi. L’isola avanzava minacciosamente verso l’irlanda senza che ci fosse una spiegazione plausibile a quel prodigio. A quel punto, non sapendo cosa fare, il re convocò Branwen, la sorella dell’eroe Bran che era stata imprigionata dagli Irlandesi, la donna interrogata sulla natura di quella misteriosa isola disse che gli alberi alti che si scorgevano sull’isola non erano altro che i pennoni della flotta di Britannia che si apprestava allo sbarco mentre il picco ed i due laghi altro non erano che il naso e gli occhi dell’enorme viso del fratello Bran, intenzionato a combattere gli irlandesi fino a quando non ne fosse sopravvissuto nessuno. Grande fu il terrore della corte nell’udire quelle parole ma, per quanto il re pensasse ad una controffensiva non riuscì ad approntare nessuna strategia di difesa efficace e le armate si fermarono attendendo gli eventi. Bran sbarcò sull’isola e per permettere alle sue truppe di attraversare il fiume Linon, si distese sull’acqua creando con il suo corpo la base di un ponte su cui vennero posti  rami e tronchi d’albero. In questo brano emerge l’analogia dell’eroe con l’ontano, utilizzato spesso per costituire i piloni di sostegno dei ponti immersi nell’acqua. La leggenda ha un finale un po’ macabro:  Bran colpito a morte  durante la battaglia con gli irlandesi ordina ai suoi uomini di tagliargli la testa. Miracolosamente la testa dell’eroe continuò, pur essendo distaccata dal corpo,  a parlare ed a cantare per la sua gente, ancora per molti, molti anni. La testa di Bran simboleggia la testa dell’ontano ovvero il suo ramo più alto ed il fatto che “cantasse” ci ricorda che il legno di ontano è adatto alla produzione di strumenti musicali quali zufoli e flauti.


L’olmo
L’olmo campestre (Ulmus carpinifolia) una volta molto frequente nelle campagne oggi è diventato più raro, specie nelle zone dove viene praticata l’agricoltura intensiva. Si tratta comunque di un albero frugale, molto resistente ed adatto a crescere su suoli anche molto diversi.

L’olmo dei sogni

Gli antichi avevano consacrato l’olmo a Morfeo, dio del sonno e dei sogni. L’albero assunse ben presto un significato oracolare tanto che si diceva che chi si fosse addormentato all’ombra di un olmo avrebbe ricevuto in dono  da Morfeo sogni premonitori del futuro.


L’olmo e la vite simbolo di unione

Fin dall’antichità l’olmo è stato utilizzato come sostegno per la vite. Questa caratteristica lo rese simbolo dell’unione matrimoniale  dove l’uomo (l’olmo) sorregge la compagna (la vite), anche nei momenti più difficili dell’anno quando il freddo la rende più fragile  in attesa che ella doni la  vita al frutto del loro amore, frutto simboleggiato dagli acini d’uva.


Ringraziamenti

Un ringraziamento ad Antonio Romeo e Maurizio Pratesi per l’aiuto  prezioso prestato nella fase di stampa della  dispensa. Un ringraziamento particolare a Giusy Taglialatela ed  Alberto Nimis che hanno interpretato artisticamente le  leggende contenute in questa raccolta, impreziosendo l’opera con bellissime immagini. 
Riferimenti bibliografici:
K. Kerény, Gli dei e gli eroi della grecia.
AAVV, Guida pratica agli alberi ed arbusti.
A. Cattabiani, Florario
Plinio, Storia Naturale
Strabone, Geografia
Servio, Commento alle ecloghe di Virgilio
W.F.Otto, Dioniso. Mito e culto
J. Brosse, Mitologia degli alberi
Sulpicio Severo, Vita Martini Turonensis

 

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